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Donnerstag, 24.04.2014

Block Troika

Intervista ad alcuni compagni/e di Libertad1 sulle “mobilitazioni contro la Troika”2 previste per il mese di Maggio 2012 a Francoforte

Block-Troika2012it.pngCome nasce la convocazione per una mobilitazione internazionale a livello europeo per il mese di Maggio a Francoforte?

Uno dei motivi è stato l’andamento positivo delle attività del Global Action Day il 15 ottobre 2011. Per la situazione in Germania il giorno è stato un successo e insieme con altre realtà abbiamo deciso che bisognava cogliere questo slancio. Le occupazioni delle piazze in Africa, Madrid, New York etc hanno dato fiato all'idea di lanciare un segnale di solidarietà internazionale. Abbiamo assistito a mobilitazioni di massa in tutto il mondo che hanno determinato, con la loro influenza, un nostro maggiore impegno di lotta nei confronti della classe dirigente nelle nostre metropoli. All'inizio le reazioni alle nostre proposte sono rimaste all'interno di un giro molto ristretto, ma nel frattempo si è sviluppata una dinamica positiva. Nel giro di un mese siamo riusciti ad organizzare e realizzare una Conferenza Internazionale con 400 partecipanti che a nostro avviso è stato un gran successo e definitivamente un passo in avanti.
I motivi dietro la decisione di stabilire Francoforte come palcoscenico per le attività sono ovvi: Francoforte è il centro finanziario della zona euro, i grattacieli delle banche sono elemento caratteristico della città e con la Banca Centrale Europea, Francoforte, ospita la sede permanente di un membro della Troika,.

Quale è la situazione all'interno della Germania da un punto di vista di antagonismo sociale e politico?

Probabilmente il capitalismo sta vivendo la crisi più grave della sua esistenza e lo spettro del fallimento totale incombe perfino sui centri capitalistici. Il mondo deve chiedersi per quanti altri anni può subire e pagare il capitalismo. Fra i partiti tedeschi ormai è solo rimasto il FDP2 a difendere una posizione neo-liberale, mentre il resto del personale politico esprime posizioni più o meno anticapitaliste nei talk show. A prescindere dalle ragioni di tali commenti, in ogni caso, la situazione fornisce sicuramente un buon punto di partenza per la sinistra. Chi pensa, però, che la crisi è stata provocata da politiche economiche sbagliate, dall'avidità di speculatori o dalle “azioni” delle agenzie di rating segue una linea che, in fondo, cerca a salvare il capitalismo. Perciò è indispensabile che una critica fondamentale e antagonista si opponga anche alle analisi sulle origini della crisi che sono limitate e qualche volta perfino antisemitiche.

Visto la dimensione della crisi attuale la situazione all'interno della società si presenta ancora abbastanza pacificata. Non va però dimenticato che la sinistra in Germania fa politica in un paese il cui modello è ritenuto un successo a livello mondiale, dovuto al fatto che i dirigenti politici, sostenuti anche dai sindacati, hanno sempre riconosciuto l’importanza di sviluppare la competitività dell’industria. In Germania, come nel resto dell'Europa, si nota uno sviluppo che poggia sempre di più sul basso costo del lavoro, sul lavoro interinale e a altre forme di lavoro precario. Nel frattempo un impiegato su cinque in Germania deve chiedere sussidi statali in aggiunta al salario per sopravvivere. Inoltre la crisi e arrivata anche nella piccola borghesia che soffre molto più della nuova povertà che coloro che da anni vivono sotto condizioni precarie. Così si alimenta la paura di carattere reazionario di perdere il benessere, un'ansia che crea terreno fertile per razzismo e soluzioni autoritarie.

Anche la questione “guerra e pace” non incide molto sull'entusiasmo nell'ambito della sinistra in Germania, benché i sondaggi evidenziano che l'80 % della popolazione si oppone alla guerra in Afghanistan per motivi vari. Abbiamo individuato due motivi per la mancanza di sforzi anti-guerra della sinistra: innanzitutto la persistente crisi politica che risale dalla seconda guerra del Golfo nel 1991. Sembra assurdo, ma allora perfino la sinistra aveva trovato buoni ragioni per difendere l'intervento bellico imperialista. Uno sviluppo che si è potenziato di fronte alla “Guerra al Terrore“. Il silenzio anche fra i grandi partiti della sinistra antagonista attesta che essi hanno “fatto la pace con la guerra del potere”. E ciò ci porta al secondo motivo essenziale. Parlando della crisi e della guerra nelle metropoli si parla sempre di partecipazione e complicità con una situazione che va combattuta e cambiata. La gran parte delle spese per la libertà le paga sempre il sud del mondo.

Quali sono le organizzazioni e gruppi che sono assunti la responsabilità della convocazione, in che modo si stanno organizzando collettivamente per la sua riuscita?

L'appello è stato lanciato da un'ampia alleanza che è composta da gruppi e organizzazioni che vanno da Attac alla sinistra antagonista. Tramite riunioni e conferenze d'azione vorremmo creare una struttura che dia lo spazio e la possibilità a tutti di partecipare alle attività facendo sì, però, che nello stesso tempo sia il luogo dove i protagonisti promotori possano unire le loro forze. Nel promuovere le giornate di resistenza in maggio la Interventionistische Linke3 (IL) ha sempre ribadito l'importanza di organizzare quattro giorni d'azione che vengano promossi dalla struttura intera e che debba essere evitato per forza una divisione, nel senso che ogni realtà si limiti a praticare la propria proposta. Per noi è stato un gran successo essere riusciti a stabilire un consenso e che tutte le realtà presenti abbiano capito l’importanza di lanciare un appello unico per tutte le attività che si svolgeranno durante le quattro giornate.

Quanto incide la presenza di una struttura di carattere nazionale come la Interventionistische Linke?

Il bilancio è senz'altro positivo. Lo sviluppo degli ultimi anni ha dimostrato che il tentativo di organizzare la sinistra antagonista in Germania è stato un passo giusto e importante. Nel frattempo molti gruppi e organizzazioni hanno potuto constatare che la IL è un partner affidabile nelle diverse alleanze degli ultimi anni. Nel realizzare i diversi progetti siamo sempre stati una delle strutture più dinamiche.

Ciononostante cerchiamo appunto di non assumere un ruolo di guida ma di stabilire una politica di confronto insieme con molti altri. Vogliamo creare un ambiente che dia la possibilità, anche a chi finora non ha fatto esperienze di militanza, di partecipare ad azioni di violazione collettiva delle regole. Siamo riusciti a realizzare una situazione che ha sempre dato spazio a migliaia di persone di partecipare alle nostre iniziative, un fatto che ha creato fiducia. Nell’organizzare delle attività contro il G8 a Heiligendamm, il vertice NATO a Strasburgo, la mobilitazione contro la marcia dei neofascisti a Dresda o la campagna contro il trasporto nucleare CASTOR SCHOTTERN, la IL è stato un elemento indispensabile.

Come vedete l'attuale fase politica-economica all'interno dell'Unione Europea?

Già dall'inizio il progetto dell'Unione Europea è stato concepito come struttura imperialista – neoliberale e autoritaria al suo interno; all'esterno aggressiva nello sviluppare la competitività e la capacità di agire a livello di concorrenza mondiale. La chiusura delle frontiere esterne, collegata con una politica molto repressiva in materia di profughi fa parte integrale del progetto. La disgregazione dell'ex Iugoslavia ha dimostrato quanto la crisi costituisce elemento caratterizzante nella costituzione europea. Anche se nella fase iniziale, la crisi in Iugoslavia riteniamo sia frutto in gran parte di dinamiche interne, i cosiddetti processi di transizione post-comunista in realtà sono stati progetti d’espansione del capitale, non solo europeo ma occidentale, con le note conseguenze come la crescente miseria e la profonda distruzione delle strutture sociali.

Nella fase attuale l'UE assiste alla fine della sua ideologia che la crescita e la competitività siano illimitate. In risposta alla crisi e alla evidente instabilità del sistema UE la classe dirigente, però, non sa altro che ricorrere alle idee che furono la base del cosiddetto processo di Lisbona del 2000: l'offensiva contro la solidarietà sociale. Si canta, dunque, una canzone vecchia. Margret Thatcher la madre di tutti i neoliberali disse una volta: „There ist no such thing as society“. La società non esiste – una linea strategica che era già presente come base per il golpe in Cile all'inizio degli anni 70 e persiste nell'attuale imposizione contro la Grecia.

In poche parole: nell'attuale crisi è il capitalismo stesso che si sta smascherando. Non c'è una prospettiva per la gente in Grecia. Perfino la classe dirigente intuisce che i tentativi tecnocratici per fronteggiare questa crisi non porteranno nessuna soluzione. Ci vuole uno spirito di lotta che sia in continua evoluzione per sviluppare prospettive sociali e politiche; un tale spirito si sviluppa ovunque nella società stessa, si „re-inventa“, come per esempio tramite l'approvvigionamento energetico autogestito in Grecia. La soluzione è la comune in rivolta.

Quale è la percezione del ruolo della Germania nell'attuale fase politica europea?

La crisi dimostra chiaramente il ruolo dominante che lo stato tedesco svolge all'interno dell'UE.
La Germania è direttamente responsabile per piani di risparmio e di risanamento molto rigidi verso i paesi delle aree periferiche dell'Europa. Non a caso alcuni giornali europei rappresentano la cancelliere Angela Merkel con i baffi alla Hitler oppure con la Pickelhaube (elmetto) prussiano. Non basta che la Germania sia la superpotenza economica alla testa dell'Europa e il capo informale dell'UE, vuol far pesare sempre di più la sua potenza sugli altri paesi dell'UE.

In questo quadro va collocata anche la campagna nazionalista contro la Grecia portata avanti da mesi attraverso principalmente il meno serio ma più importante quotidiano tedesco “BILD“. Il giornale parla continuamente dei “greci squattrinati“ i quali avrebbero distrutto il paese con gli scioperi, pubblica addirittura appelli come “abolite i privilegi e smettete con le manifestazioni“ etc. Ma non solo i giornali assumono i toni dei questa “campagna”: recentemente il presidente del Bosch (azienda multinazionale tedesca) ha chiesto l'esclusione della Grecia dall'Unione Europea perché essa rappresenta un “insostenibile peso per la comunità solidale“.Tutto ciò nonostante il fatto che la Germania è uno dei più grandi approfittatori della crisi.

Lo stato tedesco guadagna per ogni credito che concede a paesi come la Grecia, il Portogallo o l’Irlanda perché compra i crediti sul mercato finanziario globale al 2 % e poi li vende al 5%. E le imprese tedesche guadagnano della stessa corruzione in Grecia, fatto che recentemente ha provocato un coro di critiche in tutta la Germania. Tutti sanno che la Siemens ha pagato milioni di tangenti per la partecipazione nella costruzione della metropolitana a Atene. Anche le vendite d’armi alla Grecia continuano: una delle recenti visite del ministro degli esterni Westerwelle a Atene serviva esclusivamente ad assicurare che la Grecia comprasse e pagasse armamenti tedeschi.

Il movimento tedesco ha sempre rivestito un ruolo importante nella costruzione di iniziative internazionali, dai controvertici contro l'Europa di Maastricht, alle iniziative contro la Nato, il G7/G8. Quanto rimane di quel patrimonio?

Sono rimaste molte esperienze positive ma anche la consapevolezza di quanto sia difficile trasformare iniziative internazionali in una costante cooperazione internazionale.

Da un lato siamo sempre stati critici nei confronti del concentrarsi sui mega-eventi a livello internazionale. Tuttavia abbiamo dovuto accettare che abbiamo bisogno del “palcoscenico” che essi offrono sia per unire le nostre forze, sia per essere visibile a livello pubblico. Durante le giornate d'azione contro il G8 a Heiligendamm i nostri contenuti politici e la nostra resistenza era presente nei media per tutta la settimana, lo stesso vale a livello mondiale per Strasburgo; tutto il mondo ha visto i pennacchi sulla periferia di Strasburgo dimostrando a tutti che si combatte la NATO anche nelle metropoli, una lotta che spesso passa quasi inosservata ai paesi della periferia.

Tuttavia, negli ultimi 15 anni tutti i tentativi di realizzare una cooperazione internazionale concreta al di la dei vertici sono falliti. La mancata continuità nella prassi della sinistra antagonista è un problema non solo in Germania. Il ciclo Seattle-Genova-Heiligendamm si è concluso. Nella piazza Tahir è iniziato un ciclo nuovo e si è fatto strada anche nelle metropoli. In questo processo abbiamo cercato, come IL, di far sì che le esperienze fatte durante le mobilitazioni del ciclo passato risultino anche nella fase nuova. Secondo noi ci siamo riusciti e questo è senz'altro un risultato notevole.

Anche se Occupy sembra un movimento da “capelloni”, dobbiamo riconoscere che stiamo vivendo una ribellione che si presenta molto più internazionalista di quella degli anni passati. Le occupazioni delle piazze e delle borse si sono svolte e si stanno svolgendo in centinaia di paesi e gli attivisti definiscono la loro lotta come elemento di un quadro internazionale.

Prendendo spunto da quanto detto su Occupy che valutazione date delle mobilitazioni che si stanno sviluppando a livello internazionale?

Difficile dare un’analisi unica delle recenti mobilitazioni, visto che sono state molte. Parlando del movimento Occupy nelle metropoli siamo convinti che bisogna mettere in moto una nuova dinamica. Lo sgombero a Londra non ha suscitato quasi nessuna reazione. Nello stesso tempo pensiamo che il movimento possa essere capace di sviluppare prospettive per esempio nella mobilitazione a Francoforte.

Poi stiamo assistendo anche a mobilitazioni nuove che sono in grado di sviluppare dinamiche enormi in poco tempo come la mobilitazione contro ACTA4, che è riuscita, praticamente dal niente, a mettere in moto milioni di persone e creare una pressione che ha fatto traballare il processo di regolamentazione capitalista della rete a livello mondiale.

Nella fase attuale lo sviluppo delle ribellioni nei paesi arabi sembra essere caratterizzato in prevalenza da movimenti di carattere religioso. Nello stesso tempo, però, va riconosciuto che gli sviluppi nel mondo arabo hanno messo in moto una dinamica a livello internazionale che ha fatto ribaltare non solo la situazione in Tunisia e in Egitto. Va anche riconosciuto l’impatto delle esperienze vissute dai protagonisti delle lotte che hanno imparato che è possibile liberarsi della propria paura e cambiare qualcosa. Uno spirito di liberazione che continua a dar respiro alla determinazione di creare una prospettiva al di là di capitalismo e religione.

Quali sono gli obiettivi principali che pensate sia importante raggiungere con la mobilitazione di Maggio a Francoforte e con il lavoro per la sua costruzione?

A prescindere da quanto già detto crediamo importante creare un polo opposto alla propaganda prevalente dello stato. Vogliamo mettere in campo una opposizione determinata e chiara contro il consenso nazionale. Tuttavia, a nostro avviso, è sbagliato concentrarsi solo sulla Germania nelle nostre iniziative e parlando della crisi è centrale non limitarsi solo alla Grecia o agli altri paesi della periferia europea.

Come Libertad attribuiamo grande importanza a evidenziare la connessione tra la guerra globale e la crisi globale. La gestione della crisi praticata dall'Unione Europea, nonché la guerra della NATO in Afghanistan, sono nient'altro che tentativi di controllare la multitudine che lotta contro le contraddizioni dettate dalla crisi del capitalismo a livello sociale e politico. Per opporsi agli effetti della crisi bisogna organizzare la solidarietà fra tutti quelli che lottano per la libertà e per l'emancipazione.

* www.libertad.de

1) www.european-resistance.org
2) Freie Demokratische Partei - Partito Liberal Democratico
3) Interventionistische Linke - www.dazwischengehen.org/
4) Anti-Counterfeiting Trade Agreement


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